La scuola alla buona

Lo sciopero: l’arte di segarsi le gambe da soli

Lo sciopero nella scuola è l’equivalente di una sega a mano: si prende lo stipendio già misero, lo si indebolisce ulteriormente, e lo si spaccia per atto eroico. Un suicidio contributivo celebrato con aria da rivoluzionari.

Gli insegnanti che vi aderiscono si presentano come coraggiosi partigiani del diritto, paladini di una causa che neppure sanno più spiegare. Parlano di dignità, di salari, di “rivendicazioni”. In realtà, la vera rivendicazione è quella di avere un venerdì lungo o un lunedì accorciato.

Chi sciopera non colpisce lo Stato, non scuote i ministeri, non piega la politica. Colpisce se stesso. Perde soldi, perde giorni utili, perde anni di carriera. E quando arriva il momento della pensione, scopre che la gloriosa lotta è stata solo un boomerang. Allora sì, lacrime e lamenti: “mi mancano mesi, devo riscattare, è ingiusto…” – no, è semplicemente idiota.

Scioperare a scuola è come prendersi a martellate le dita e sperare che il Ministero si metta a urlare dal dolore. Una pantomima. Una vacanza travestita da sacrificio. Una bandiera sindacale usata come tovagliolo da picnic.

L’eroismo proclamato non cambia nulla. Non migliora stipendi, non salva la scuola, non lascia tracce. L’unica traccia è nel cedolino: meno soldi, meno futuro. È la rivoluzione più stupida del mondo: un autogol spacciato per trionfo.